
Negli ultimi mesi, un progetto innovativo ha preso forma in Lombardia: una comunità terapeutica, AdR (Autori di Reato) di Casteggio, dedicata a minori autori di reato con significative fragilità psicopatologiche gestite da Recovery For Life, RFL.
È una sperimentazione che non ha precedenti per la Regione Lombardia e richiede una convinta assunzione di responsabilità da parte di tutti i professionisti coinvolti.
A spiegare come questa esperienza si sta sviluppando, con quali criteri e quali sfide, è Giovanna Cuzzani, Direttrice Sanitaria di RFL nostra realtà cliente, che ha accompagnato la progettazione e l’avvio di questa iniziativa sperimentale.
Il valore del progetto è l’interessante prospettiva che ne consegue ci ha spinti a intervistare la Dottoressa e raccontare l’esperienza virtuosa.
Come sottolineato da Cuzzani, il successo di RFL risiede nella capacità di non porsi come un “secondo carcere”. Questo rischio viene neutralizzato attraverso una selezione mirata: il percorso è dedicato esclusivamente a quei ragazzi per i quali si intravede una reale possibilità di trasformazione soggettiva. Senza questa precisione nell’accesso, la struttura rischierebbe di trasformarsi in un deposito di “sopra-numerari”, perdendo la propria natura di laboratorio clinico.
La comunità non nasce come luogo di semplice custodia, ma come spazio di accoglienza mirata e di lavoro clinico strutturato per ragazzi che mostrano segnali di reale potenziale riabilitativo.
L’intervista integra anche alcune video interviste, visibili sul canale YouTube di RFL di Daniela Labattaglia, Coordinatrice clinica di AdR, e Alberto Sala, Coordinatore di struttura AdR.
Qual è la genesi e la visione strategica del Modello di RFL?
Il progetto RFL è un tentativo di risposta, clinica e sistemica, alla crisi degli Istituti Penali per i Minorenni (IPM), resa manifesta anche dalle recenti e drammatiche vicende del carcere Beccaria di Milano. In un panorama dove la giustizia minorile spesso si trova a gestire una situazione emergenziale, RFL prova una via differente rispetto alla “semplice custodia” o un’estensione della vigilanza.
Inaugurato il 3 marzo 2025, il progetto nasce da una sinergia sperimentale tra Regione Lombardia e Ministero della Giustizia, rispondendo a un bisogno latente già espresso dai servizi territoriali (Unità Operative di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, UONPIAe) e dall’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni (USSM).
La comunità AdR (Autori di Reato) si inserisce in un percorso integrato con i servizi: i minori devono essere in carico alla neuropsichiatria infantile, che formalizza la segnalazione, e poi l’USSM valuta ogni possibile ingresso. Una cabina di regia con Regione Lombardia verifica la compatibilità con gli standard del progetto prima di confermare l’assegnazione.
Fondamentale è la corrispondenza tra il profilo del ragazzo e le esigenze del gruppo già presente nella comunità.
Spostando il focus sul mero contenimento l’obiettivo è la creazione di una funzione di filtro e valutazione multidimensionale. Attraverso un’analisi psicodiagnostica e criminologica intensiva, il progetto mira a distinguere tra l’autore di reato “occasionale” e il giovane con quadri psicopatologici complessi, definendo il potenziale riabilitativo individuale.
Quali opportunità e quali timori ha portato la comunità terapeutica?
Il progetto è stato concepito anche in risposta a una chiamata istituzionale: dopo alcuni episodi critici in cui minori sono entrati nel circuito penale senza un adeguato supporto psicologico, la Regione Lombardia ha avviato una sperimentazione che potesse coniugare giustizia minorile e percorso terapeutico. Questo modello nasce quindi non da un fatto isolato, ma da un’esigenza già segnalata dai servizi territoriali e dalla neuropsichiatria infantile, con un coordinamento condiviso tra Regione, servizi sanitari e Giustizia Minorile.
Accogliere ragazzi con una storia di reato implica inevitabilmente lavorare anche sulla percezione sociale e professionale del fenomeno. Per gli educatori, gli infermieri e gli psicologi della comunità si tratta di un cambio di target e richiede, al pari, una formazione specifica, con costante supervisione e un accompagnamento al cambiamento culturale, perché l’atteggiamento verso questi ragazzi spesso porta con sé timori, pregiudizi e stigma.
Come è strutturata l’architettura operativa della Comunità AdR di Casteggio?
La comunità AdR di Casteggio è un ecosistema sociosanitario ad alta integrazione, progettato per tradurre il mandato terapeutico in prassi quotidiana. La struttura fisica e organizzativa è pensata per gestire la complessità clinica attraverso una costante dialettica tra regola e relazione.
Le caratteristiche del modello operativo sono fondate su limitati posti residenziali, destinati per il momento a maschi tra i 14 e i 21 anni che hanno commesso il reato da minorenni. L’intensità Assistenziale ha una presenza medica e infermieristica garantita 24/7, necessaria per monitorare quadri di instabilità emotiva e comportamentale.
Il progetto mira a garantire stabilità e continuità nell’intervento: la permanenza prevista è di 9 mesi, con la possibilità di estendere fino a un anno nei casi in cui sia funzionale al percorso terapeutico.
Questo intervallo non è casuale: è la finestra temporale necessaria per effettuare una valutazione comprensiva e multidimensionale, che comprende aspetti psicodiagnostici, criminologici e per definire il progetto più adeguato per ciascun ragazzo.
I protocolli di Transizione prevedono un mese di assessment iniziale seguito da progetti individualizzati trimestrali. La permanenza, limitata a 9-12 mesi, qualifica la struttura come un “anello di una catena“, orientato a un futuro reinserimento o a un setting meno intensivo.
Il modello si è mostrato, nel suo primo anno di attività, molto efficace: come?
L’efficacia del modello è misurabile nei dati: a fronte di oltre 50 richieste di inserimento pervenute da febbraio 2025, la comunità ha saputo affinare i propri strumenti clinici.
Nei primi mesi di attività, la comunità ha accolto oltre dieci ragazzi. La scelta di lavorare inizialmente in una dimensione ridotta è stata deliberata: consente un monitoraggio attento e una maggiore qualità del rapporto tra équipe e ospiti. Una realtà di piccole dimensioni, tuttavia, porta con sé anche criticità evidenti: ogni evento o crisi si riflette profondamente sull’intero gruppo, richiedendo competenze relazionali e tecniche elevate da parte di tutto il personale.
Alcuni ragazzi hanno già completato il percorso e sono rientrati in famiglia, altri sono ancora in fase di valutazione o in attesa di progetti successivi, come l’inserimento in comunità terapeutiche più specifiche. In alcuni casi, la complessità dei bisogni (quoziente intellettivo particolarmente basso o storia di uso di sostanze predominante) ha reso indispensabile un lavoro preliminare integrato con altri servizi specialistici.
Non sono mancati anche esiti meno positivi: per alcuni, infatti, la comunità non è risultata nel breve periodo un ambiente sufficientemente protettivo di fronte a dinamiche personali e relazionali difficili, e sono state attivate le dimissioni con ritorno al circuito penale. Queste esperienze, pur difficili, hanno fornito importanti indicazioni sull’importanza di una selezione attenta di ogni ingresso e di strumenti di supporto clinico sempre aggiornati.
Un indicatore cruciale è la gestione degli allontanamenti non autorizzati: dopo un picco critico nel periodo estivo, la combinazione di interventi strutturali e un rafforzamento dell’alleanza terapeutica ha portato questo dato a zero.
Il picco viene spiegato con la difficoltà dei ragazzi nell’adattarsi alla comunità; molti di loro dichiarano che “in carcere era più facile“, poiché la comunità è un luogo imposto che richiede un sacrificio e una messa in discussione dei propri comportamenti che il regime carcerario talvolta non impone con la stessa intensità.
Il dato è stato portato a zero grazie a interventi mirati su più livelli: strutturale, clinico e organizzativo.
L’inserimento di figure non convenzionali come antropologi e criminologi permette di smontare le dinamiche carcerarie di “leader negativo” e “gregario“. Un esempio clinico di straordinario valore riguarda il laboratorio sull’identità e la creazione di un murales collettivo.
Durante un episodio di “agito aggressivo”, alcuni ragazzi hanno distrutto sedie e arredi situati alla loro sinistra; tuttavia, il murales è rimasto intoccato. Questa “spazializzazione” del rispetto dimostra come l’oggetto d’arte, nato dalla produzione comune, sia diventato un simbolo di appartenenza superiore alla distruttività reattiva.


