In ascolto della fragilità: Advenias ad Assisi con Uneba

Il 14 e 15 maggio Advenias ha partecipato ad Assisi al convegno nazionale Uneba “Accogliere e servire nello spirito di San Francesco”, due giornate dedicate ai temi della fragilità, della cura e del futuro dei servizi sociosanitari e assistenziali italiani.

Un appuntamento che ha riunito enti, cooperative, strutture e professionisti del settore per confrontarsi su temi centrali come l’assistenza ai più fragili e la sostenibilità del sistema socioassistenziale. Ne abbiamo parlato con Arianna Amato, Sales Account Advenias, che ad Assisi ha rappresentato l’azienda insieme al team.

 

Arianna, Advenias ha partecipato al convegno nazionale Uneba ad Assisi, “Accogliere e servire nello spirito di San Francesco”. Perché per un’azienda tecnologica era importante esserci?

Perché oggi non ha molto senso parlare di tecnologia senza parlare delle persone che quella tecnologia la usano ogni giorno. L’azienda da molto tempo ormai si presenta agli eventi, e Assisi non è da meno, come qualcosa di più di semplici fornitori di software: un partner di realtà che lavorano quotidianamente accanto alle fragilità.

 

Il tema del convegno, “Accogliere e servire”, era molto concreto. Mi è piaciuto perché ho trovato molte affinità con la nostra vision di prodotto. Con Advenias partiamo da un’idea semplice: la tecnologia deve aiutare chi cura a lavorare meglio, non complicargli la vita. Se un sistema digitale fa perdere tempo agli operatori, allora non sta funzionando, se invece riesce a semplificare attività burocratiche e organizzative, allora restituisce tempo alla relazione con la persona.

Durante il convegno si è parlato molto di fragilità come si inserisce Advenias Care in questo contesto?

Una cosa che è emersa chiaramente durante le giornate di Assisi è che oggi non esiste una fragilità “standard”. Ogni servizio ha esigenze diverse, ogni struttura ha un’organizzazione diversa e ogni persona ha bisogni specifici.

 

Advenias Care è nata proprio per questo: essere una piattaforma flessibile, che si adatta ai diversi contesti assistenziali invece di costringere le strutture ad adattarsi al software. Una RSA lavora in modo diverso rispetto a una comunità o a un servizio domiciliare. Però c’è un elemento comune: la necessità di avere informazioni condivise, processi chiari e continuità nella presa in carico della persona.

 

Ad Assisi si è parlato di “progetto di vita” e secondo me è un concetto importante. La tecnologia dovrebbe servire anche a questo: mettere insieme dati sanitari, assistenziali ed educativi per aiutare le équipe a lavorare in modo più coordinato.

Uno dei temi è stato quello della sostenibilità dei servizi sociosanitari. Quanto può incidere davvero l’innovazione digitale?

Può incidere tanto, ma mi piace essere onesta in merito: la tecnologia da sola non risolve i problemi del settore.

Non basta installare un software per migliorare un’organizzazione, tuttavia può fare è alleggerire tanti passaggi che oggi fanno perdere tempo ed energie agli operatori. Questo anche perché chi lavora nel sociosanitario di tempo ne ha sempre meno. Molte strutture stanno affrontando situazioni complicate: aumento della complessità assistenziale, difficoltà nel reperire personale, costi in crescita e in questo contesto avere strumenti che semplificano la gestione quotidiana non è un dettaglio.

 

Quando parliamo di innovazione spesso si pensa subito a qualcosa di “tecnico”. In realtà a volte innovazione significa semplicemente permettere a un coordinatore di avere subito le informazioni che gli servono, o evitare agli operatori di compilare tre volte gli stessi dati.

Ad Assisi si è parlato anche del rapporto tra etica ed economia. Che impressione vi siete portati a casa da questo confronto?

Il settore ha bisogno di equilibrio: le organizzazioni sociosanitarie hanno una missione molto forte, ma devono anche riuscire a sostenersi nel tempo.

 

Secondo me durante il convegno è emersa una cosa importante: efficienza e attenzione alla persona non sono in contrapposizione. Anzi, spesso una gestione più organizzata permette proprio di garantire servizi migliori. Poi è chiaro che bisogna stare attenti: la tecnologia non deve mai diventare un fine, ma restare uno strumento. Le persone se ne accorgono subito quando un processo è costruito pensando davvero al lavoro quotidiano degli operatori e quando invece è solo teoria.

 

 

Un altro tema molto sentito è quello della carenza di personale e del burnout degli operatori. Quanto emerge nel confronto con le strutture?

Tantissimo. Ed è probabilmente una delle preoccupazioni più forti che abbiamo raccolto negli ultimi eventi in cui abbiamo preso parte: chi lavora nei servizi assistenziali spesso regge carichi enormi, sia dal punto di vista operativo sia emotivo, e molte persone sono stanche.

 

Per questo secondo me oggi bisogna fare attenzione anche a come vengono introdotti gli strumenti digitali. Se una piattaforma è complicata, lenta o poco intuitiva, diventa un problema in più, ma quando aiuta davvero a lavorare meglio, allora può alleggerire una parte della pressione quotidiana.

Anche questo, nel suo piccolo, significa prendersi cura delle persone che lavorano nella cura.

 

Cosa vi siete portati a casa da queste due giornate ad Assisi?

Sicuramente tanto ascolto: più che “presentare”, ad Assisi siamo andati per confrontarci. Abbiamo ascoltato esperienze molto diverse tra loro, ma con problemi spesso comuni: la gestione della complessità, il bisogno di integrazione tra servizi, la difficoltà di trovare personale, l’aumento delle fragilità sociali.

 

È stato utile anche vedere quanta voglia ci sia ancora di costruire reti e condividere buone pratiche. In un settore come questo il confronto conta tantissimo.

 

Noi torniamo da Assisi con ancora più consapevolezza di una cosa: la tecnologia ha valore solo se riesce davvero ad aiutare le persone nel loro lavoro quotidiano.

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