Oltre la “criminologia di impressione”: il metodo usato da RFL tra clinica, responsabilità e progetto di vita

 

 

Qualche tempo fa abbiamo intervistato Giovanna Cuzzani, Direttrice Sanitaria di Recovery For Life (RFL) in merito alla Comunità Autori Di Reato (AdR) di Casteggio. Se il primo articolo raccontava il modello organizzativo, questo secondo approfondisce l’impianto teorico e clinico che lo sostiene.

RFL non si limita a ospitare minori autori di reato: propone un approccio che integra criminologia, neuropsichiatria e lavoro educativo per intervenire sulle radici del comportamento deviante.

 

In un contesto pubblico spesso dominato da reazioni emotive e richieste di inasprimento delle pene, RFL sceglie la strada diversa, per comprendere, distinguere, trattare.  L’intervista integra anche alcune video interviste, visibili sul canale YouTube RFL di Daniela Labattaglia, Coordinatrice clinica di AdR, e Alberto Sala, Coordinatore di struttura AdR

 

L’evoluzione tramite la criminologia di precisione e il trattamento integrato: come vi siete mossi?

 

Per superare la “criminologia di impressione“, ovvero quella narrazione mediatica e politica che si limita a invocare pene più severe, RFL adotta una criminologia di precisione. Il crimine minorile contemporaneo ha abbandonato i cosiddetti “Mickey Mouse Crimes” (“crimini di Topolino“), cioè reati commessi dai giovani che venivano considerati leggeri, poco pericolosi e privi di una reale portata dannosa per la società. Per approdare a condotte di forte violenza impulsiva (rapine, lesioni, violenze), spesso prive di una razionalità predatoria adulta e segnate da una profonda normalizzazione dell’agito.

 

Il trattamento clinico punta a smontare le tecniche di neutralizzazione attraverso le quali il minore silenzia il senso di colpa e la responsabilità. Partendo dal dislocamento della responsabilità che smonta l’effetto “palla di neve” (vengo trascinato dal gruppo), per restituire centralità alla scelta individuale. Si passa dalla negazione del danno, lavorando sull’empatia tramite il riconoscimento materiale della vittima (per esempio con l’analisi dell’impatto di un reato stradale). Per passare alla “condanna di chi condanna“, cioè neutralizzare la visione della società come unico carnefice legittimante l’agito criminale. Infine la deumanizzazione della vittima per restituire una storia e una dignità alla vittima per rompere il distacco emotivo (per esempio con frasi quali “era solo un trans/una ragazza/ecc”).

 

In questo quadro, la Formula di Becker, vale a dire il modello matematico che interpreta il numero di crimini di un individuo in base alla probabilità di essere scoperto, alla possibilità di essere puniti e alla variabile etica (rischio, costo e danno che il reato comporta per la vita del soggetto), viene applicata non in senso puramente utilitaristico, ma esistenziale. Per molti di questi giovani, il “costo” del reato è invisibile perché manca una prospettiva di futuro. L’intervento deve mostrare la sanzione e anche creare quel progetto di vita (es. la carriera scolastica o professionale) che renda il crimine “troppo costoso” da sostenere.

 

L’integrazione con la neuropsichiatria è vitale nella gestione delle richieste “tossicofiliche” di farmaci come Lyrica e Rivotril, spesso utilizzati impropriamente in ambito carcerario. Attraverso gruppi di psicoeducazione condotti da medici specialisti, la richiesta di sostanza viene trasformata in aderenza terapeutica, aiutando il ragazzo a distinguere tra stordimento e cura.

 

 

Resistere per creare: parlaci del fondamento filosofico dell’intervento.

 

Il progetto RFL si ispira al pensiero di Miguel Benasayag sulla tensione tra “funzionare” (essere performanti secondo le norme del mercato) ed “esistere” (essere soggetti unici nella propria fragilità). La società contemporanea, dominata da un nichilismo tecnocratico, tende a patologizzare il disagio per “riparare” i ragazzi e renderli nuovamente produttivi.

 

I giovani autori di reato sono spesso percepiti come sopranumerari: coloro che il sistema economico e sociale non è più in grado (o non vuole più) integrare, considerandoli un esubero superfluo.

 

RFL propone invece una resistenza che è, innanzitutto, creazione di legami tramite l’Alleanza Orizzontale: l’operatore non “salva” il ragazzo da una posizione di superiorità, ma si torva insieme a lui “imbarcato” nella stessa situazione di crisi, “abitiamo insieme questa barca”. Il ritorno va al corpo e alla lentezza: contro l’immediatezza digitale che annulla il desiderio, occorre riscoprire lo sforzo quale parte integrante del cammino. Infine, serve abilitare l’esistenza, andando oltre al “funzionamento” normativo (che può fungere da ansiolitico sociale), ma favorire la scoperta di un senso che permetta al giovane di non “tradirsi” per conformismo.

 

 

In chiusura quali osservazioni hai verso una giustizia riparativa?

 

La sfida del progetto Recovery For Life riguarda il cambiamento dei ragazzi tanto quanto la trasformazione della cultura degli adulti e delle istituzioni. Dobbiamo denunciare l’approccio del Legislatore Emotivo, che risponde all’allarme sociale solo con l’inasprimento delle pene, ignorando le evidenze scientifiche sul trattamento.

 

I risultati dei primi mesi (miglioramento del funzionamento globale, riduzione degli eventi critici e azzeramento degli allontanamenti) dimostrano che l’integrazione tra clinica e criminologia è la via per ridurre realmente la recidiva. 

 

È necessario che UONPIAe, SERD e USSM consolidino questo modello, superando la logica dei compartimenti stagni.

 

La sperimentazione integrata, con una forte attenzione alla qualità dell’équipe e alla personalizzazione del percorso terapeutico, rappresenta un tentativo coerente di superare visioni dualistiche tra giustizia e cura, proponendo un modello che tenga insieme responsabilità, crescita personale e supporto clinico.

 

Il successo di RFL si misurerà sulla capacità del territorio di accogliere questi giovani passando da vederli come cittadini “persi” a soggetti in divenire. Se non avremo il coraggio di affrontare i nostri stessi stigmi e la nostra paura del “diverso”, condanneremo questi ragazzi a reiterare il reato. Solo una giustizia che sa essere cura può restituire una prospettiva di dignità alla vita.

 

 

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