Osservazioni per la giornata mondiale sulla salute mentale
La giornata mondiale della salute mentale (World Mental Health Day), si celebra il 10 ottobre.
Nasce nel 1992, come evento per sensibilizzare le persone in merito alla salute mentale ed è promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità, tramite campagne e attività che incentivano la conoscenza delle tematiche connesse alla salute mentale.
Per l’occasione abbiamo intervistato Giovanna Cuzzani, Direttrice sanitaria per la nostra struttura cliente – Recovery for life, per indagare come questa giornata sia di importante e come s’innesti nelle dinamiche di una realtà che quotidianamente si occupa di ragazzi e ragazze con problematiche dell’età evolutiva.
Quali sono le principali sfide che bambini e adolescenti affrontano in termini di salute mentale? Come sono cambiate nel tempo?
Premetto che da sempre si affrontano delle sfide, in passato si parlava di compiti evolutivi, e sono quelli tipici di ogni fase di sviluppo, per poi crescere, identificarsi e progettare la propria vita. Chiaramente, per bambini e adolescenti queste sfide sono da accogliere e assumono un grande significato evolutivo. Perché è attraverso l’adesione a queste spinte, che ci vengono poste dal quotidiano, che riusciamo a definirci, definire chi siamo, conoscerci nel profondo e riuscire a costruire quella che è (forse uno degli aspetti più mancanti nell’epoca di oggi) la nostra “cassetta degli attrezzi”. Intendo quel bagaglio personale dove raccogliamo gli strumenti e le strategie che abbiamo realizzato negli anni: ci permettono di gestire le situazioni e permettono la progettazione futura.
Ciò che accade oggi si differenzia dal passato. Lo dico come considerazione, senza che voglia sembrare una critica o una lusinga: ogni epoca ha le sue caratteristiche.
La nostra cultura attuale trasmette uno stile di vita che non consente di costruire questo patrimonio, la “cassetta degli attrezzi” rimane molto poco guarnita.
Si tratta di un argomento molto ampio che coinvolge osservazioni sui limiti e gli stimoli della cultura. Un aspetto interessantissimo da indagare, ma che qui devo andare a raccogliere in alcuni punti focali.
Per i ragazzi e le ragazze parliamo molto di una cultura che mette limiti: sono sempre più sensibilizzati sulla performance e sono negate spesso emozioni come tristezza, pianto e frustrazione. Vengono considerate come emozioni e stati emotivi inaccettabili: questi soggetti non sono aiutati a elaborarle per costruire la loro “cassetta degli attrezzi”. La conseguenza è di negare la fragilità umana. Questo porta ad “adolescenti fragili”, così definiti perché non riescono più a formarsi in autonomia la base per affrontare la realtà della vita, sentendosi poi inadeguati, con una forte disistima di sé con conseguenze anche in termini di nuove “patologie” tra i giovanissimi.
Le sfide da accogliere sono quindi quella di crescere da soli. Gli adolescenti “fragili” richiamano “adulti “fragili”: non riescono a guidare, supportandoli adeguatamente.
Si trasmette spesso un mondo valoriale effimero, esteticamente ed emotivamente, eccessivamente interessato alle performance. Non si ha un rapporto autentico con sé e con gli altri, generando una identità “falsa”, perché basata su premesse non autentiche. Questo porta a ragazzi e ragazze che crescono senza il supporto di adulti autorevoli, bensì con strumenti non corretti o adeguati come possono essere internet, i social, le sostanze psicoattive e altro ancora.
Infine, affrontando questo argomento solitamente amo citare un intervento splendido di Miguel Benasayag. Il quale, nel suo “L’epoca delle passioni tristi” [2003 n.d.r.], tratta come il futuro ha cambiato segno: da una promessa di felicità e speranza si mostra ora come una minaccia. I bambini e gli adolescenti diventano poi adulti incapaci di diventare padroni di se stessi e del mondo, ma subiscono passivamente la società invasiva che consuma e che, non conoscendola, li consuma a loro volta.
I ragazzi divengono adulti che non riescono a gestire la vita e, a livello tecnico non hanno gli strumenti per farlo.
A livello di patologia quale situazione si delinea?
Stanno emergendo nuovi quadri clinici come l’isolamento. I new media permettono di inserire una immagine di sé differente, una proiezione (più performante) del sé. Questo può favorire un ritiro sociale; sono comparse nuove dipendenze dai social o da sostanze nuove (ne escono circa 50 nuove all’anno con varie combinazioni), ma sono esponenzialmente aumentate anche altre patologie come i DNA, quadri depressivi o comportamenti come l’autolesionismo e i tentativi di suicidio. Altro dato importante è l’abbassamento dell’età di esordio delle problematiche, nella fase infantile e partendo proprio da 8-9 anni per alcune situazioni.
Non intendo negare la patologia, ma sicuramente questo quadro mostra anche una nuova espressione di sofferenza, una incapacità della cultura attuale di accogliere i malesseri e dare un senso all’esistenza.
Viene poi da chiedersi, ancora una volta, la responsabilità degli adulti in questo sistema. Parliamo di un modello in cui l’adulto, non riuscendo o non volendo gestire la situazione di stress del bambino e la sua insofferenza, lo blocca momentaneamente con soluzioni di comodo (per esempio, dare lo smartphone quando piange). Altro punto su cui notiamo spesso un problema è che i caregivers di oggi faticano a tollerare è la noia, un punto base per stimolare la creatività del ragazzo. Il gesto reiterato implica non riuscire a insegnare l’autoregolazione al bambino, aspetto che può influenzare lo sviluppo di una dipendenza. Suggerisco a tal proposito una lettura splendida di Umberto Galimberti, L’ospite inquietante: il nichilismo e i giovani.
Per tutti questi motivi emerge la necessità costante di aggiornamento dei clinici, per rispondere a queste necessità. Spesso questi aspetti li constatiamo in RFL grazie al confronto tra clinici: abbiamo numerose occasioni di contatto sul tema, tramite incontri e anche sulla piattaforma. Sovente con Advenias Care, tramite l’uso di Diari e Report riusciamo ad analizzare queste evoluzioni.
Aspetto fondamentale a mio avviso: analizzare permette di progettare meglio un percorso di gestione, di costruzione della famosa “cassetta degli attrezzi” per la vita adulta. A oggi ci sono strumenti di supporto anche tecnologico: app per gli umori, per migliorare la conoscenza di sé, che permettono al ragazzo di sentirsi più protagonista della cura. Sono strumenti che non sostituiscono il dialogo e l’osservazione anche silenziosa, ma si pongono come elemento aggiuntivo. Qui si aprirebbe tutto un tema sull’importanza anche di “farsi crescere dai nostri ragazzi”, perché spesso quando ho imbastito un percorso è il soggetto stesso che sto seguendo che mi segnala questi nuovi strumenti, alcuni dei quali sono fatti veramente bene. Quindi questa capacità innegabile dei giovani può essere utilizzata, ma sempre sapendola bene posizionare. Serve la tecnologia, ma il contatto umano: un modello ibrido splendido.
In conclusione, senza minimizzare o negare la psicopatologia viene da chiedersi: che tipo di cultura stiamo trasmettendo? In parte ce lo mostrano i ragazzi e le ragazze di oggi.
Serve una seria assunzione di responsabilità dell’adulto. Spesso tendiamo troppo facilmente a delegare. Spesso riscontro qualcosa di anomalo in mio figlio o nel minore che sto seguendo e subito lo indirizzo da qualcuno. Questo aggiunge a un altro punto molto attuale: una incapacità di “stare nel momento di disagio”, accoglierlo e gestirlo con calma e dialogo. Se questo non succede è un problema. Una conseguenza visibile è che spesso si trasformano tutti i comportamenti anomali in psicopatologia: facciamo attenzione, perché esiste la problematica che è importante sia gestita e accolta, ma in alcuni casi esiste il comportamento inadeguato alla situazione sociale, che va al pari gestito e limitato con tutt’altri strumenti. Non cancelliamo la responsabilità individuale per adulti e, in modi differenti, per i minori, va sensibilizzata.
E per il futuro? Come si potrebbe migliorare?
Spesso diciamo tantissimo su questo punto, ma pensandoci: quante parole sono vuote? Penso alla frase “rinforzare l’alleanza scuola-famiglia”. Utilizzatissima e spesso anche abusata in ogni situazione. A mio avviso serve ripopolare di senso queste parole, lavorare nel dare nuova significatività a quello che tratta. Realmente serve tornare a mettere al centro il minore: lasciando da parte dinamiche di potere tra famiglia-scuola-società.
Quindi serve sì, l’alleanza tra scuole e famiglie, ma sinceramente intesa.
Voglio suggerire però di ripartire dal concetto di “accogliere” e “prendersi cura dell’altro”, per una cultura che non è giudicante, critica o difensiva. Capisco possa essere difficile al primo impatto, perché si può vedere come critica (genitoriale, educativa, professionale), ma non va intesa così. Mi rendo conto io stessa che il lavoro dei clinici in primis possa portare a questo genere di sensazioni, è comprensibile. Infatti sono fondamentali su questo punto i gruppi dei genitori, con esperienze affini e aspetti che possono essere condivisi.
Tuttavia, sono osservazioni che vengono sempre poste a un comportamento, un modo di gestire o fare, non al soggetto che le agisce. Al pari dobbiamo lavorare di più sulle risorse e non sulle difficoltà, per clinici, genitori, educatori. Un tipo di comportamento del genere, di accoglienza e inclusione, ha moltissimi ritorni anche tra pari. In RFL abbiamo deciso di accogliere tutte le psicopatologie, proprio perché la diversità può diventare un valore aggiunto nella crescita personale.
Questa è la chiave attraverso cui fare un passo in più, superare la propria individualità e accogliere chiunque, inclusi i BES a scuola, perché in qualsiasi contesto sia: non risolviamo i problemi dividendo.



